La prova della rappresentanza processuale è cosa diversa da quella della legittimazione sostanziale e non è “colpita” dal sistema delle preclusioni

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La prova della rappresentanza processuale è cosa diversa da quella della legittimazione sostanziale e non è “colpita” dal sistema delle preclusioni

Corte di Cassazione, III sezione civile, sentenza n. 17062 del 26.06.2019

Il caso: Romeo Gestioni S.p.A., in qualità di rappresentante dell’INPS, proponeva al Tribunale di Roma domanda di condanna di rilascio di un immobile abusivamente occupato facente parte del proprio patrimonio, contestuale pagamento della indennità di occupazione e contestuale risarcimento dei danni subiti.

La storia giuridica: il Tribunale rigettava la domanda sulla scorta di un rilevato difetto di legittimazione attiva. Sentenza confermata dalla Corte di Appello, che, per giunta, respingeva la richiesta dell’appellante Romeo di produrre nuovi documenti al fine di provare la propria legittimazione ritenendo che non ricorressero i presupposti di cui all’art. 345 c.p.c. Avverso tale decisione, Romeo Gestioni proponeva ricorso per Cassazione, affidandosi a quattro principali

Motivi di ricorso:

  • la Corte di Appello aveva erroneamente ritenuto inammissibili le produzioni documentali della parte attrice per violazione del divieto dei nova in appello;
  • la Romeo Gestioni S.p.A. avrebbe potuto produrre i documenti probanti la legittimazione solo successivamente all’instaurazione del giudizio, in quanto formatisi successivamente al suo inizio;
  • la Corte di Appello non aveva indicato i motivi per cui la documentazione de qua non sarebbe stata ammissibile in appello (in quanto indispensabile ai fini della decisione);
  • i documenti atti a dimostrare la legittimazione processuale non possono incontrare il limite delle ordinarie preclusioni istruttorie, essendo finalizzati alla verifica della regolare costituzione del contraddittorio.

La decisione: con la sentenza che si commenta, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proprio sulla scorta di tale ultimo argomento, avendo, così, occasione di chiarire nuovamente la differenza tra legittimazione dal punto di vista sostanziale – ossia la titolarità, dal lato attivo, del rapporto giuridico dedotto in giudizio, suscettibile di spiegare i propri effetti sul merito della domanda – e la rappresentanza processuale – questione di mero rito che costituisce il presupposto per la valutazione circa la corretta instaurazione del contraddittorio.

La massima: sicché, nel mettere correttamente a fuoco il grossolano errore commesso dal Tribunale e dalla Corte di Appello, gli Ermellini hanno reso la seguente massima “le invalidità derivanti dal difetto di capacità processuale possono essere sanate anche di propria iniziativa dalle parti, con la regolarizzazione della costituzione in giudizio della parte cui l’invalidità si riferisce. Mentre l’intervento del giudice inteso a promuovere la sanatoria è obbligatorio, va esercitato in qualsiasi fase o grado del giudizio, e ha efficacia ex tunc, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali. La preclusione alla produzione di nuovi documenti non vale per quelli utili a dimostrare la legittimazione processuale: essi infatti non soggiacciono ad alcun limite se non a quello di decadenza ove la produzione non segua al rilievo del giudice ed al termine conseguentemente concesso”.

Conclusioni: la sentenza che si commenta fa riferimento a due norme di fondamentale importanza: l’art. 345 c.p.c. e l’art. 182 c.p.c. La prima prevede il divieto assoluto di proporre nuove domande e/o nuovi documenti in appello; la seconda, invece, disciplina le ipotesi di invalidità derivanti dal difetto di capacità processuale ed è quella che, ad avviso della Corte che qui si condivide, va presa in considerazione nel caso di specie. Infatti, ove si rilevi un difetto di rappresentanza (di assistenza o di autorizzazione), non verifica un difetto di “legittimazione” (intesa in senso sostanziale, quanto, piuttosto, una condizione che può essere pacificamente regolarizzata, anche nel corso del giudizio di secondo grado, entro il termine concesso dal giudice alla luce del richiamato art. 182 c.p.c.

 

Per leggere il testo integrale della sentenza, fare click qui: Cass -Civ -sez. III -sent_n_17062 del 26.06.2019